In coda a Lambrusco, Trebbiano e Ancellotta è doveroso proseguire ancora con i vitigni protagonisti nei mosti dell'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP. Meno conosciuti da un punto di vista strettamente enologico, le loro uve tipiche sono tuttavia molto importanti per le caratteristiche uniche che rilasciano a questa eccellenza modenese dal colore bruno scuro carico e lucente, dall'agro ben equilibrato e dall'armonica acidità. 

Dopo la Sgavetta e il Berzemino è la volta dell'Occhio di gatta.

Sicuramente un nome curioso per un vitigno, che non può che dare adito a varie ricostruzioni sulle sue origini. La più accreditata è quella che ravvisa nella forma, nelle dimensioni e nel colore l'estrema somiglianza degli acini del suo grappolo con i bulbi oculari del felino domestico più diffuso al mondo. La forma, infatti, è davvero sferoidale, le dimensioni sono ridotte, mentre il colore, trattandosi di uva a bacca bianca, è di un bel verde-giallo intenso da cui traspare nitidamente il vinacciolo allungato: insomma, un tale acino ricorda immediatamente un vero e proprio occhio di gatta.

Analogamente al Berzemino, conosciuto soprattutto come Marzemino, anche l'Occhio di gatta condivide molte delle sue caratteristiche morfologiche con un vitigno ben più famoso nel panorama enologico italiano, il Tocai Friulano.

Forse non tutti sanno dell'esistenza dell'Italian Vitis Database, portale che offre la consultazione pubblica e gratuita delle informazioni relative alla caratterizzazione della biodiversità viticola, per agevolare l'identificazione e la conoscenza delle innumerevoli varietà di vite. Proprio partendo da una semplice ricerca su questa miniera di informazioni disponibile online si può appunto scoprire che Occhio di gatta e Tocai Friulano sono la medesima varietà.

Il Tocai Friulano è presente nei vigneti del Friuli Venezia Giulia e del Veneto almeno fin dall'Ottocento. La questione relativa alla corretta identità del vitigno è rimasta a lungo dibattuta. Gli studi più attendibili hanno definitivamente accertato che si tratta di un sinonimo del vitigno francese «Sauvignonasse». Negli anni Trenta del secolo scorso per questo vitigno viene coniata l'espressione «Tocai Friulano», grazie al commendator Giuseppe Morelli de Rossi e al professor Giovanni Dalmasso, onde impedire la confusione con il vino ungherese. Molti ricorderanno che malgrado questo lungimirante accorgimento la conflittualità con la denominazione ungherese di «Tokaji» è sfociata in un estenuante e annoso contenzioso legale risoltosi nel 2008 con la decisione di mantenere solamente e sostantivare l'aggettivo «Friulano» al posto di «Tocai Friulano».

Con la denominazione di Occhio di gatta è presente da almeno due secoli delle province di Modena e Reggio Emilia e lo si ritrova citato in molti dei trattati che parlano delle viti coltivate in questi territori. La prima testimonianza è ancora di quel Niccolò Caula già visto a proposito della Sgavetta. Nella sua serie di annotazioni del 1752 in calce al «Baccanale» di Giovanni Battista Vicini, abate e poeta «primario» alla corte del serenissimo duca di Modena, questo botanico modenese parla proprio dell'Occhio di gatta.

L'espressione «Occhio di gatta» identifica anche una pietra considerata e usata in Oriente come un talismano che protegge dai pericoli della vita. Una perla naturale che in forma d'uva impreziosisce dunque quel toccasana per il palato e per il corpo che è l'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP!