Una fedele ancella per l'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena

Dopo Lambrusco, Trebbiano e Ancellotta è la volta della Sgavetta. Questi vitigni meno rinomati da un punto di vista strettamente enologico sono molto importanti per l'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP in quanto anch'essi contribuiscono ai mosti che ne danno origine.

Le più datate testimonianze sul vitigno risalgono al XVIII secolo. La prima citazione è del 1752 e la si può trovare nel «Baccanale» di Giovanni Battista Vicini, abate e poeta «primario» alla corte del serenissimo duca di Modena.
In calce al componimento il botanico modenese Niccolò Caula riporta delle annotazioni, tra cui: «Sgavetta non è buona per vino: ha grappolo piuttosto grande che piccolo; non ha bel colore nero, le grana sono lunghette, e chiare, colore violaceo e molti grappoli sono quasi senza grane, mentre ne hanno solamente alcune poche nella cima, e poche altre nel fondo del grappolino».
Se quelle del Caula sono minuziose osservazioni che si riveleranno in seguito preziose per la storia enologica modenese, nel caso della Sgavetta la sua descrizione non rende giustizia dell'uva giunta fino a noi. Infatti, essa normalmente è di bel colore scuro, dagli acini sferici e buona per far vino.

D'altra parte è innegabile la confusione regnante intorno alla Sgavetta. Ad esempio, nel 1879 il professor Lodovico Malavasi ne dà una descrizione molto dettagliata, se non fosse per il colore bianco della bacca ahinoi...
A ogni modo, a metà Ottocento Carlo Roncaglia, direttore dell'Ufficio di statistica degli Stati Estensi (Modena, Reggio, Frignano, Garfagnana, Lunigiana e Massa Carrara), dà alle stampe una pubblicazione che attesta la presenza della Sgavetta tra le uve colorate comuni dei «territori cispennini», cioè al di là dell'Appennino Tosco-Emiliano, escludendo quindi le zone toscane. Se uno statistico come Roncaglia scrive della Sgavetta vuol dire che a quei tempi essa aveva una certa diffusione.

Qualche decennio più tardi, nel 1877, il conte Giuseppe di Rovasenda, che nelle sue tenute piemontesi di Verzuolo riuscì a collezionare ben 3.666 varietà di vitigni, riferisce di una «Sgavetta o Sganetta» come «uva fina di Sassuolo, Modena». Nel 1887 il professor Enrico Ramazzini, padre dei successivi studi sui vitigni modenesi, in particolare dei lambruschi, ritiene la Sgavetta un'uva interessante, con una buona resa, ma poco conosciuta. Nel 1926 viene elencata da Giuseppe Ghetti «fra i vitigni meno estesamente coltivati, pur sempre buoni» del Modenese. Un anno dopo il professor Guido Toni annovera la Sgavetta tra i «vitigni migliori e raccomandabili del piano» per la provincia di Modena e la classifica «fra i vitigni buoni, per quanto di limitata coltivazione». Nella scheda da loro redatta nel 1964 Italo Cosmo e Fabio Sardi riportano quanto scritto dalla Cattedra ambulante di Agricoltura nel 1935 in merito alla Sgavetta coltivata nel Modenese: «ottima, fertilissima, largamente coltivata nei terreni in destra del Secchia, molto ricercata per la sua conservabilità e preferita nelle zone del piano al Grasparossa per la sua resistenza alle malattie, per il suo alto tenore in zucchero e per il suo rendimento alla vinificazione».

Sebbene qualitativamente apprezzabile, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso la Sgavetta perde di importanza e oggi è ritenuta a medio rischio di erosione genetica.
Le uve di Sgavetta danno un vino giovane, fresco, spesso frizzante, di colore rosso rubino molto intenso con riflessi violacei, al palato vinoso e leggero, dotato di aromi fruttati con evidenti note di marasca. Utilizzando appropriate tecniche enologiche si possono ottenere anche vini con un'ottima tenuta nel tempo.

Tuttavia, vista la sua esiguità, è difficile trovarla vinificata in purezza, più probabile in taglio con altri vini, a cui apporta colore. Non a caso nel 1996 la Sgavetta è stata inserita nei disciplinari dei vini DOC «Colli di Scandiano e Canossa» Marzemino, Malbo Gentile, Lambrusco, nella misura massima del 15%.
Il nome pare derivi dalla dialettizzazione di «schiavetta». A noi piace pensarla come una devota ancella al servizio tanto di buoni vini, quanto dei mosti cotti che maturando diventeranno nel tempo un ottimo Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP!